I have readed this book after Max Tegmark Our mathematical universe. This book goes more inside the concept behind parallel universes. The more though concept are from string theory. This book show how parallel universes come naturally from modern theory and not from sci-fi series, it’s a natural consequence. You cannot accept modern theory without accept parallel universes.

Max Tegmark riassume le domande più frequenti che gli vengono poste durante le conferenze aperte al pubblico:

1. Com’è possibile che lo spazio non sia infinito? 2. Come è stato possibile creare uno spazio infinito in un tempo finito?

3. Dentro cosa si sta espandendo il nostro Universo?

4. In che punto dello spazio si è verificata l’esplosione del nostro Big Bang?

5. Il nostro Big Bang è avvenuto in un punto ben preciso?

6. Se il nostro Universo ha solo 14 miliardi di anni, com’è possibile vedere oggetti che distano 30 miliardi di anni-luce?

7. Le galassie che si allontanano più veloci della luce non violano la teoria della relatività?

8. Le galassie si stanno davvero allontanando da noi o è solo lo spazio che si sta espandendo?

9. La Via Lattea si sta espandendo? 10. Abbiamo le prove dell’esistenza di una singolarità da associare a un Big Bang?

11. La creazione della materia che ci circonda ad opera dell’inflazione, a partire da quasi nulla, non viola la conservazione dell’energia?

12. Che cosa ha provocato il nostro Big Bang?

13. Che cosa c’era prima del nostro Big Bang?

14. Quale sarà il destino finale del nostro Universo?

15. Che cosa sono la materia oscura e l’energia oscura?

16. Siamo insignificanti?

Singolare l’immagine di apertura di questo libro:

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Entrambi sono fatti per essere maneggiati da una mano umana, hanno più o meno la stessa forma, ma uno è stato fatto da un solo uomo, l’altro ha richiesto la collaborazione di centinaia di persone, che magari nemmeno sapevano per cosa stavano lavorando. Matt Ridley parte da questa semplice considerazione per tentare di spiegare il successo della razza umana; su come è perché siamo diventati quello che siamo, ma sopratutto ci invita a non essere spaventati dal futuro. Le cose sono sempre andate bene quando l’umanità ha avuto il modo di scambiarsi idee e cose, per creare nuove idee e nuove cose; quando questo ciclo virtuoso è stato interrotto ne sono scaturiti solo guai. Il successo dell’uomo si deve al fatto di essere diventati dei produttori specializzati e dei consumatori differenziati; ogni volta che è stata presentata l’autarchia come soluzione dei problemi, sono iniziati i guai, l’esempio più recente è la Cina di Mao che grazie all’autarchia imposta per comprare le armi atomiche russe ha fatto morire milioni di cinesi per fame.

Infine essere ottimisti è d’obbligo nei confronti di chi sta peggio di noi, perché solo così è possibile trovare nuove soluzioni hai problemi attuali. Rifugiarsi nel passato non è la soluzione ma aggrava solo i problemi.

 

Frasi dal libro:

I have observed that not the man who hopes when others despair, but the man who despairs when others hope, is admired by a large class of person as a sage

John Stuart Mill

Speech on ‘perfectibility’

 

‘It is the long ascent of the past that gives the lie to our despair’ H.G.Wells

 

Anche Bill Gates ha recensito questo libro. Con addirittura replica e controreplica sul WSJ.

Sono capitato per caso su un sito di vendita di articoli sportivi ed ho notato l’offerta di un sandalo dal design particolare, il Vivobarefoot Achilles II. Visto il prezzo interessante ho deciso di comprarli, ma il primo problema è stato quello della taglia. Poiché quelli della taglia giusta erano in un colore molto vistoso, ho deciso di prendere quello di taglia maggiore ma di un colore più neutro. Per un verso la scelta è stata giusta, la taglia un po’ più grande lascia un po’ di spazio in più ai lati del piede, e una generosa porzione in più dietro che protegge meglio il tallone. Però la taglia superiore fa si che il piccolo velcro utilizzato per la chiusura non è sufficiente a chiudere in maniera appropriata. Il problema si risolve facilmente comprando delle strisce di velcro (1,5 euro) e cucendole sul  cinturino di seguito a quelle già presenti. In questo modo la chiusura è perfetta.

Design

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Gli Achilles sono l’interpretazione della Vivobarefoot dei sandali huaraches, i ben noti sandali dei Tarahumara descritti nel libro di Cristopher McDougall Born to run. Il design del sandalo è decisamente inconsueto, anche se meno delle Fivefinger, l’ho indossato prima per delle semplici passeggiate e notavo che diverse persone guardavano i miei piedi. Indossando questi sandali, il piede ha decisamente il look da ungulato, tipo cammello. Io l’ho preso in colore marroncino scuro, ma se si scelgono dei colori più sgargianti il risultato è sicuramente maggiore. Il battistrada ha una serie di tasselli esagonali, che forniscono un buon grip sulla maggior parte dei terreni. Il bordo e leggermente incurvato verso l’alto, l’incurvatura e maggiore in punta, per fornire una protezione in più. Protezione che mi ha decisamente salvato più di una volta dall’urto con pietre sul percorso. La sensibilità al terreno e buona, la suola dovrebbe essere di 3 mm circa, così come la protezione.

Correre con i sandali

La sensazione della corsa con i sandali è sicuramente diversa da tutte le scarpe, comprese le Fivefinger. La sensazione di libertà del piede è assoluta. L’idea di separare il ditone e le altre dita è interessante, e sicuramente permette di ancorare saldamente il sandalo al piede, ma a me ha dato problemi di irritazione. Sopratutto al piede destro, nella zona centrale, dal lato del dito indice, si e formata una irritazione molto fastidiosa. Niente di preoccupante, vedremo se si tratta di fare il “callo”, per il momento ci ho fatto due brevi uscite di 10 km su sterrato semplice. Per il resto però la sensazione di correrci mi piace decisamente.

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Punti salienti

  • taglia provata 44,5
  • peso 230 g per scarpa

Passando ieri dalla Nike dell’Outlet di Valmontone non ho resistito all’offerta in corso, delle Nike Free Flyknit 4.0 a ben 49 euro, contro i 130 euro del prezzo normale. Si tratta del modello dell’anno scorso, visto che sono appena uscite il nuovo modello, ma a chi importa? In molti la considerano la migliore scarpa Nike. Anche io ho avuto modo di provare le Nike free 5.0 ma non mi sono piaciute per niente: troppo strette in punta nonostante avessi provato il numero 46 contro il mio abituale 44,5. Le 4.0 invece sono diverse, la punta è bella ampia, permette un buon movimento delle dita, indossate senza calzini, la scarpa stessa  è come se fosse un calzino, anche se la sento un po’ stretta sul collo del piede. Il peso misurato è di 230g nella taglia 44,5 40 g in più delle mie Mizuno Levitas. La suola è alta 20 mm al tallone e 14 mm in punta, con un differenziale di 6 mm, che non sembra essere così evidente. Solo che la combinazione tra altezza e il tipo di tomaia ne fanno una scarpa per percorsi lisci, gli sterrati che di solito faccio, nei punti più dissestati mi è sembrato che la scarpa tendi a sfuggire da sotto il piede e quindi prendere una bella storta. L’ammortizzazione è veramente eccezionale ma e la parte che non ne fà una scarpa minimal, il terreno è totalmente schermato, non si avverte nulla, la flessibilità invece è ottima.

La tomaia mi ha dato qualche problema:

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Questo è il risultato dopo un giro di 10 km, con le scarpe indossate senza calzino. Di solito giro con le FiveFinger a piede nudo sugli stessi percorsi senza problemi. Con queste invece i problemi sono evidenti. La tomaia sarà pure stata pensata per indossarle “sock-less” ma un po’ di sfregamento lo causano.

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Oggi ho fatto la prima uscita con le Vivobarefoot Achilles II, sembrano buone. La protezione rialzata in punta mi ha salvato almeno un paio di volte per urti contro sassi, quindi questa parte è ok. La sensibilità è buona. Aspetto di fare qualche uscita più lunga per un giudizio più motivato.

Talleyrand said, “An important art of politicians is to find new names for institutions which under old names have become odious to the public”

Form The Demon-Haunted World: Science As a Candle in the Dark

Brain pickings

Andando sul sito di BitTorrent per scaricare il client ho scoperto un’interessante novità:  BitTorrent Sync. Si tratta di un programma di sincronizzazione di file tra dispositivi tramite il protocollo BitTorrent. Il programma esiste già per tutte le piattaforme pi comuni: Windows, MAC, Android, iOS e Linux. La sincronizzazione e condivisione dei file avviene tra i dispositivi abilitati, non viene copiato nulla su nessun server, quindi è errato parlare di archiviazione Cloud, come viene fatto qui. Questo vuol dire che i file scambiati durante il processo di sincronizzazione non verranno visti da terzi incomodi. Ovviamente il rovescio della medaglia è che non avremo un archivio centralizzato dei nostri file a cui poter accedere sempre da qualsiasi luogo, a meno di non lasciare un PC centrale sempre acceso e sempre connesso. La condivisione da PC è estremamente semplice, si installa il programma, e si indica una cartella da voler condividere, a questo punto viene generato un codice alfanumerico, chiunque in possesso di quel codice potrà accedere ai file nella cartella tramite un client BitTorrent Sync, per cui è semplice anche la condivisione. Per i dispositivi Android il client è disponibile sul Play Store, la configurazione di una cartella condivisa è ancora più semplice, una volta creata la cartella su un PC basta visualizzare il codice QR della cartella, riprenderlo con il cellulare e la configurazione è terminata. La velocità di sincronizzazione, tipica del protocollo BitTorrent, è alta, e ovviamente più sono le fonti di sincronizzazione più e alta.

Il programma è ancora in Beta, ma il grado di maturità sembra già alto. Insomma è un valido programma di sincronizzazione basato sull’ottimo BitTorrent. Cosa volere di più?

Per catturare una istantanea dello schermo sul Kindle Fire HD basta tener premuto il pulsante volume giù insieme al pulsante di accensione/standby. La foto sarà visibile dal menù foto.